La Bignardi, il Rorschach e la strana professione.

La parte “incriminata” inizia dal minuto 16.44

Nella puntata del 18 Febbraio 2015 del celebre programma Le invasioni Barbariche la conduttrice Daria Bignardi ha proposto e somministrato alla cantante Arisa l’ormai famoso test delle macchie originariamente concepito da Herman Rorschach nei primi del novecento. La cosa ha scatenato una pronta risposta del mondo della psicologia italiana, indignato per le modalità attraverso il quale un importante metodo della professione, il test di Rorschach, è stato sdoganato e presentato quasi come fosse un “gioco”, forse un piacevole complemento ad una chiaccherata tra amiche che si stanno rilassando davanti ad una rivista e qui vi trovano uno dei tanti test di personalità misti magari ad un pizzico di oroscopo che tanto si sa, male non può fare. Ma cosa ha fatto arrabbiare l’ordine degli psicologi nazionale ed altri esponenti della categoria? Innanzitutto, il modo in cui il test è stato presentato, con una somministrazione goffa, frettolosa, incompleta (le tavole in tutto sono 10 non 3, e non esiste una procedura parziale per la somministrazione del test!). Senza considerare quel piccolo ed insignificante dettaglio che solo psicologi e medici iscritti al rispettivo albo professionale possono usare questo metodo. Malgrado i diritti sulle 10 tavole siano scaduti, il loro utilizzo è strettamente legato alla professione. Il materiale è quindi riproducibile e stampabile, ma non somministrabile con fini clinici senza adeguata formazione.

Insomma è come se un non-medico in televisione, tanto per fare spettacolo, avesse somministrato una risonanza magnetica ad un ospite blasonato, così tanto per puorparler.

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Questo bel “pezzo di macchina” potrebbe alzare lo share?

Le critiche verso l’uso sconsiderato di questo metodo sono nate sia dagli ordini degli psicologi regionali e nazionali sia da alcuni importanti studiosi italiani del test di Rorschach, come la dott.sa Laura Parolin, che insegna Strumenti di valutazione della personalità all’università Milano-Bicocca ed ha collaborato alla ricerca e alla pubblicazione di svariati contributi sull’utilizzo del Rorschach secondo il sistema comprensivo di Exner (uno dei metodi di utilizzo del test più diffusi e scientificamente validi). Ma leggiamo le sue parole, direttamente estratte da uno suo contributo Facebook sulla pagina di Daria Bignardi:

Cara Daria,
Mi chiamo Laura Parolin e sono il segretario dell’ordine degli psicologi della Lombardia. Mi occupo di test da tanti anni e insegno l’uso del test di Rorschach ai colleghi già laureati e agli studenti all’università Bicocca dove sono professore associato.
Sia il Rorschach sia l’MMPI sono gli strumenti più utilizzati dagli PSICOLOGI nel panorama nazionale e internazionale. In questo senso, le ricordo che senza titoli e formazione adeguata non si dovrebbero utilizzare test psicologici: il percorso formativo per potersi avvalere di questa possibilità é lungo e complesso e questa sua leggerezza non rende giustizia alla nostra categoria, ma neanche alla sua professionalità. Certo molti sono stati affascinati da questi strumenti e gli utilizzi cinematografici e mediatici non sono pochi. Il mio preferito sarà sempre quello visto nel film di Woody Allen. La differenza però è che in quei casi la finzione- il gioco come l’ha chiamato lei – era chiaro ed evidente. Nella sua trasmissione invece questo messaggio era confuso e sembrava quasi che lei volesse dar ad intendere di conoscere l’argomento, al punto da far pensare che l’utilizzo fosse corretto. Qui sta il problema: non solo lei ha proposto un uso improprio, senza avere titolo d’esercizio, ma non sapendo di cosa parlava ha fornito chiavi di lettura non fondate. Antiquate direi piuttosto. Prendo le distanze da questa sua iniziativa e spero lei risponda pubblicamente alle diverse riflessioni scritte nei post qui pubblicati.

Direi che le parole della dottoressa esprimono perfettamente la “gravità” dell’evento per un intera categoria professionale e per uno dei suoi metodi centrali. Ma andiamo oltre, cercando di delineare molto brevemente cosa sia il test di Rorschach. Si tratta di un metodo originariamente pubblicato da Herman Rorschach nel 1921, e basato su 10 macchie/tavole, stimoli visivi da somministrare in una sequenza prestabilita al paziente. Scopo originale del test era studiare le differenze individuali di percezione e pensiero per comprendere alcune peculiarità della personalità del soggetto. Come? Valutando la sua risposta alla presentazione della tavola, questo analizzando le verbalizzazioni a seguito di domande del tipo cosa potrebbe essere [questa tavola]?

Dalla prematura morte di Rorschach (1922, un solo anno dopo la pubblicazione della sua monografia) si è verificata un’estrema frammentazione nello sviluppo e nella ricerca del metodo. In sostanza, è successo che i lavori di Rorschach, tutto sommato ancora in “work in progress” sono stati presi in mano da un gran numero di autori provenienti da diverse aree culturali (psicologia sperimentale, psicoanalisi, etc), ognuno dei quali ha fondato una sua corrente di pensiero poi concretizzatesi in vere e proprie scuole Rorschach, proliferate principalmente in ambiente statunitense. Le motivazioni alla base di questa frammentazione, che a conti fatti ha rallentato lo sviluppo del metodo, non risiedevano tanto nelle modalità con cui somministrare le tavole, quanto nei modi in cui interpretare il risultato, ovvero ciò che il paziente ci dice a seguito della fatidica domanda “che cosa potrebbe essere?” la macchia in questione. Anche ai nostri giorni esistono diversi metodologie di interpretazione. Tra queste, credo valga la pena ricordare il Sistema Comprensivo di J.Exner, un pregevole lavoro di integrazione di diversi metodi storici al fine di creare un test statisticamente e clinicamente valido.

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Le dieci tavole, le stesse utilizzate da quasi un secolo

Il metodo proposto da H.Rorschach si concretizza in un test complesso ed articolato il cui utilizzo richiede un lungo addestramento e specializzazioni apposite. Inoltre, interpretare il gran numero di indici, percentuali e dati provenienti dall’analisi della risposta (che, ad esempio, nel metodo di J.Exner viene “scomposta” in alcune componenti principali relative a cosa ha visto il paziente, dove l’ha visto e che specifica parte della macchia gli ha suggerito la risposta) richiede una buona conoscenza della statistica ed ovviamente della psicologia clinica e della personalità. Malgrado esistano molteplici metodi interpretativi, il test di Rorschach è generalmente una tecnica applicata in modo rigoroso e standardizzato, e prevede una precisa disposizione dello psicologo e del paziente, specifiche domande volte stimolare le risposte e specifiche modalità attraverso il quale interpretare i risultati. Vale la pena ricordare che definire un test psicologico come complesso, articolato e sistematizzato non significa affermare automaticamente che questo sia VALIDO, AFFIDABILE ed UTILE, ovvero che misuri precisamente il costrutto che si propone di indagare, aiutando lo psicologo clinico nella sua presa di decisione. La letteratura critico-scientifica sul Rorschach è estremamente complessa ed articolata, ricca di posizioni contrastanti tra chi ritiene che il metodo sia sostanzialmente inutile (in pratica una perdita di tempo complessa ed articolata, ma comunque una perdita di tempo) e chi lo ritiene la migliore tecnica di indagine per sondare la personalità e il funzionamento mentale dell’altro. Qui alcuni approfondimenti/critiche.

In ogni caso, qualsiasi sia l’effettiva efficacia del metodo (ovvero, se riesce a misurare effettivamente ciò che si propone di misurare), il test delle macchie non è liquidabile come un metodo sbrigativo, casuale e senza base teorica a tal punto da essere somministrabile da profani in una TV generalista e in una cornice artificiosa basata sulla spettacolarizzazione.

Il test di Rorschach è e rimane uno dei metodi più utilizzati nella pratica psicologica e psicodiagnostica, e permette di ottenere utili informazioni sulla personalità del paziente, sul suo funzionamento mentale e sulle modalità attraverso cui organizza pensieri, emozioni ed informazioni sensoriali. Non è un test proiettivo (in senso stretto) e non è un test strettamente psicoanalitico.


L’episodio avvenuto nella puntata delle Invasioni Barbariche può anche funzionare da spunto e stimolare  una riflessione più generale sulla capacità dello psicologo di spiegarsi e farsi identificare dalla collettività come specifica figura professionale. Attraverso il “grossolano” utilizzo del metodo la Bignardi (o più probabilmente gli autori del programma) ha sicuramente “leso”, almeno come immagine, la figura dello psicologo ridicolizzando una sua metodologia fondamentale. Ma la colpa è davvero solo della Bignardi? La figura dello psicologo ne ha risentito davvero così tanto o già altre circostanze l’hanno danneggiata e indebolita?

Nella mia ottica, una figura professionale ottiene riconoscimento dal pubblico informato e generico quando ha:

  • Una precisa identità;
  • Una chiara base teorica, relativamente uniforme e condivisa da ogni professionista della categoria;
  • La capacità di tutelarsi e difendersi;

Se per esempio usiamo come riferimento la categoria dei medici, questa ha un identità ben precisa, nel senso che il ruolo sociale del medico è di “colui che cura il corpo” (definizione semplicistica ma efficace). La base teorica condivisa da TUTTI i medici (della medicina occidentale e scientifica) è sostanzialmente la stessa: la scienza biologica e la comprensione dei processi micro (chimici e fisici) e macro (fisiologici) inerenti il nostro corpo. La categoria del medico è poi capace, tendenzialmente, di difendersi degnamente. Malgrado la pseudomedicina e la ciarlataneria dilagante, non mi sentirei di dire che il ruolo del medico, complessivamente, sia svalutato. La maggior parte delle persone crede nella medicina, nel medico e nel suo ruolo. Il medico è allora una figura professionale forte, riconosciuta e con un background culturale non indifferente. Questo permette a tutti i medici di dialogare, poichè, per esempio, un cardiologo ed uno pneumologo, seppur specializzati differentemente, condividono un lessico ed una base comune che permette integrazione e confronto

Passiamo ora allo psicologo. La prima parola che mi viene in mente è caos. Lo psicologo dovrebbe essere lo specialista in scienze del comportamento che applica le sue conoscenze di base (psicologia generale) in contesti specifici al fine di agire direttamente sul singolo e sul gruppo. Di conseguenza, dal punto di vista teorico ogni psicologo dovrebbe CONDIVIDERE un pacchetto di conoscenze di base (secondo me psicologia generale, psicologia biologica, e statistica) su cui discutere, confutarsi e progredire. Da questo pacchetto di conoscenze di base si dovrebbero originare tutte le branche della psicologia applicata tra cui certamente la psicologia clinica e lo studio della psicopatologia, nonché la stessa psicoterapia. Con psicologia applicata mi riferisco ad una disciplina psicologica (generica) che applica delle conoscenze di base di un campo ad uno scopo molto specifico, specializzandosi nei suoi confronti. Per esempio, da uno psicoterapeuta mi aspetto uno specialista che conosca ottimamente il funzionamento della mente umana (percezione, sensazione, memoria, pensiero, linguaggio, neuroscienze cognitive, neuroscienze affettive, cognizione, cognizione sociale) e che applichi queste conoscenze nel campo specifico della cura e del sollievo del disagio psichico, eventualmente adottando una cornice teorica come quella psicodinamica, psicanalitica o cognitivo-comportamentale.

L’identità dello psicologo è troppo fumosa, troppo ambigua. Ci sono troppe differenze di pensiero, troppe posizioni ideologiche che limitano il dialogo tra professionisti. La categoria è ancora ferma al dibattito tra psicologi “biologici” che cercano la base della loro professione nella comprensione psico-biologica e neuroscientifica e psicologi più tradizionalisti che ritengono che la psicologia nemmeno dovrebbe essere considerata una scienza, ma una pratica umana, una cura dell’anima, quasi una “filosofia” applicata. Non vedo assolutamente un corpus di concetti condivisi tra psicologi, anzi. Mi è capitato di leggere guide e consigli sull’avviamento professionale dello psicologo dove si consigliava di formarsi, per esempio, sulla PNL (una metodologia dichiarata pseudoscientifica) e su altre strane pratiche al limite dell’esoterismo e del new age.

Insomma, per quanto mi riguarda il problema della nostra categoria è puramente identitario. Non possediamo un identità coesa, precisa, ben identificata e identificabile. I nostri rappresentati mediatici (ovvero gli psicologi da salotto televisivo o da libro pop) fanno passare l’idea che lo psicologo sia un maestro di vita, una sorta di santone moderno giacca e cravatta pronto ad insegnarti come “dimagrire senza faticare” o “guarire con il pensiero”. La nostra categoria è divisa, formata in modi troppo diversi e talvolta oserei dire “strani”. Lo psicologo moderno ha una formazione generalmente MOLTO diversa dallo psicologo di qualche decennio fa, che ricordiamo spesso non proveniva nemmeno da facoltà ad hoc, ma da altre facoltà universitarie come lettere e filosofia. Gli stessi psicologi “giovani”, al posto di condividere e continuare a formarsi in una strada ben delineata, scelgono spesso di dedicarsi a cose bizzarre, al limite della pseudoscienza del new age, ignorando completamente l’enorme mole di ricerche, scoperte e conquiste di cui la nostra categoria professionale disporrebbe se sapesse usarle correttamente e con raziocinio.

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Un santone moderno.

Proposta semplice e chiara: ogni psicologo dovrebbe avere un pacchetto di conoscenze condivise (psicologia generale, sociale, psicometria, neuroscienze, etc.) e dovrebbe mantenerle e usarle come base teorica per la pratica professionale (dalla psicoterapia alla psicologia del lavoro). Ha davvero poco senso studiare queste cose e poi, una volta laureati, deviare a teorie vuote, dozzinali e pseudo-scientifiche. Avere un insieme di conoscenze condivise migliorerà la comunicazione, la coesione e progressivamente ciò che il grande pubblicò penserà di noi. Il campo delle scienze comportamentali è complesso e articolato, e possiede alcuni limiti legati alla corrispondenza tra oggetto e soggetto di studio. Nonostante ciò, credo che si possa e si debba continuare a studiare il comportamento dell’uomo in modo scientifico e razionale, senza deviare nel luogo comune.

Per quanto mi riguarda, il problema non è tanto la Bignardi (una brava conduttrice che qui ha inequivocabilmente toppato) e dell’uso che fa del test di Rorschach, ma è molto più strutturale. Anche il suo usare il test di Rorschach in quel modo è parzialmente colpa nostra, incapaci di spiegare al grande pubblico cosa la psicologia faccia e non faccia. Se il grande pubblico e la persona comune/profana della materia avesse in mente una precisa identità dello psicologo (un esperto di scienze del comportamento dell’uomo che applica ciò che sa) non arriveremmo a queste situazioni grottesche, ne a psicologi naturalisti, naturopati, omeopati, alternativi, zen, PNL e chi più ne ha più ne metta. Impariamo a spiegarci, tutto qui. Diffondiamo cultura psicologica, non pseudoscienza e consigli della nonna.

E voi cosa ne pensate? Che idea avete della figura professionale dello psicologo?

Andrea Salamone

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